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Testi:
Riflessione poetica di Alda Merini "L'arte dei giovani ci sorprende sempre anche se
talvolta trovano delle cavità innaturali che noi non Milano, lì 06.01.04
La Poetessa Alda Merini e L'Artista Giuliano Grittini
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di
Mauro Corradini In
quel fondamentale saggio edito da Walter Benjamin nel 1955, e tradotto in
Italia una decina di anni dopo (L’opera d’arte nell’epoca della sua
riproducibilità tecnica, Torino, Einaudi, 1966), lo studioso tedesco afferma,
riferendosi essenzialmente alla fotografia e al cinematografo, che “la
riproducibilità tecnica dell’opera d’arte emancipa per la prima volta
nella storia del mondo quest’ultima dalla sua esistenza parassitaria
nell’ambito del rituale” (pp. 26-27). Il riferimento alla fotografia e al
cinema è palese nell’esaltazione tecnica del meccanismo di ripetizione
dell’oggetto d’arte; per questa ragione, subito dopo, Benjamin aggiunge
che “l’opera d’arte riprodotta diventa in misura sempre maggiore la
riproduzione di un’opera d’arte predisposta alla riproducibilità” (p.
27). A conferma, sempre riferendosi al film, Benjamin avverte in nota che
“la riproducibilità tecnica dei film si fonda immediatamente nella tecnica
della loro produzione” (p. 50). Le
riflessioni dello storico tedesco non si adattano immediatamente all’opera
grafica tradizionale (silografia, calcografia, litografia e serigrafia); la
produzione tecnica ripetuta dell’acquaforte, per esempio, rientra ampiamente
in quel rituale che Benjamin identifica come aspetto caratteristico
nell’elaborazione e nella produzione dell’opera d’arte unica: l’inchiostratura,
la ripulitura della lastra, il torchio, la carta umida, la giusta pressione di
lastra e foglio tra i feltri, tutto appare inserito in un meccanismo
riproduttivo (i guanti bianchi, le “pinzette” di carta o gli angoli doppi
di carta per non toccare con le dita il foglio, procedure note a ogni
incisore) che rinvia nelle sue complesse procedure direttamente all’opera
d’arte unica, più che alla serialità, alla produzione ripetitiva di natura
tecnologica. Noi
siamo certi, osservando il medesimo film in due sale cinematografiche diverse
e distanti magari giorni e migliaia di chilometri, di vedere sempre lo stesso
film; osservando, al contrario, due tavole, uscite dal medesimo torchio, a
distanza di un tempo tecnico contenuto e ristretto, posso riscontrare
lievissime differenziazioni, nelle tonalità del nero, per esempio, nella
maggiore o minore quantità di inchiostro, oltre agli svolazzi casuali, che di
tanto in tanto, come in ogni materia viva, fanno la loro comparsa anche sulle
lastre (specie se lasciate abbandonate per tempi più o meno lunghi). Rimane
la considerazione originaria, che facciamo nostra dallo studioso:
l’incisione, come la fotografia o il film, nasce per la riproduzione;
diciamo meglio: prende vita solo con la riproduzione. Se anche l’incisore
professionale può appassionarsi alla lastra, può seguirne gli incavi e le
bave, può estasiarsi di fronte al segno inciso, prima ancora che
all’immagine (e sovente avviene, in vero), appare evidente che soltanto il
foglio stampato dà il senso compiuto dell’opera. Come accade per il
negativo fotografico, come per la pellicola non fatta scorrere alla giusta
velocità sulla macchina di proiezione, la matrice – sia lecito un termine
così limitato, ma esemplare, derivando dalla struttura semantica della parola
madre – non è l’opera: l’opera è proprio quel foglio lì, quel pezzo
di carta un po’ umido che, con trepidazione ed entusiasmo, l’incisore o lo
stampatore (spesso coincidenti nella medesima persona) tolgono dai feltri con
dolcezza dopo il passaggio del rullo che consente il travaso dell’inchiostro
dal solco nella lastra alla carta umida; l’opera è proprio quella carta
lucida o opaca, seppiata o al nero, che il fotografo ha tratto dal bagno in
camera oscura e lasciato asciugare all’aria perché l’immagine completi il
suo processo formativo; l’opera è proprio quelle scene in movimento che in
uno spazio predisposto (lo schermo) scorrono con i ritmi che il regista ha
loro fissato in sede di montaggio. Non
ci sono due film o due opere (una di rame e l’altra di carta; oppure una in
una pellicola al negativo e l’altra su carta in positivo); c’è un’opera
sola, quella riprodotta. L’autenticità
dell’opera è nella sua derivazione diretta dalla matrice, sotto l’occhio
attento (o almeno la supervisione) dell’autore. La
calcografia nel ’900, che abbiamo appena chiuso, ha vissuto, come tutti i
generi, le due grandi rivoluzioni che hanno attraversato il secolo, quella
iniziale, come rivoluzione del linguaggio alla ricerca di una nuova parola che
traducesse il nuovo sentire dell’arte; quella successiva, databile tra la
fine degli anni cinquanta e gli anni sessanta, quando l’arte esce dai binari
della tradizione, entra nella vita e nello spazio inquieto della quotidianità:
non più quadri, sculture, disegni, ma opere, che spesso costituiscono una
sintesi tra i generi precedenti, un loro superamento a volte, a volte un loro
stravolgimento. Se
le rivoluzioni linguistiche, che accompagnano l’afasia postimpressionista,
tra la fine dell’Ottocento e il primo ventennio del ’900, poco incidono
sulla calcografia (da Boccioni a Morandi, da Klinger a Picasso, a De Chirico,
i grandi artefici delle avanguardie storiche – almeno di alcune di esse –
utilizzano l’incisione con risultati spesso straordinari), il discorso muta
radicalmente quando entriamo a contatto con le cosiddette neo-avanguardie,
quelle degli anni sessanta (per semplificare). La rottura è radicale, come si
è detto; nuove forme entrano in gioco direttamente, dalla fotografia al
video, dalla body art alla land art, forme che poco possono calarsi nel
meccanismo tradizionale dell’incisione, non solo nelle procedure espressive,
ma anche negli esiti. In tutte queste manifestazioni artistiche manca tutto
della tradizione incisoria. A partire dalla “emozione quando (voi incisori)
portate alla luce, ancora tutto umido, delicatamente tra la punta delle dita,
un piccolo rettangolo di carta appena uscito dalle fasce della pressa”. Chi
scrive non ha purtroppo la penna di Paul Valery, che con queste parole, quasi
un secolo or sono (1933), si rivolgeva agli incisori elogiandone la
“paziente impazienza”: di certo nell’evoluzione delle procedure
dell’arte, la calcografia ha mantenuto più integro non tanto il livello
iconografico o segnico, sempre mutevole e sempre modificato di tempo in tempo,
fino all’astrazione o all’informale, quanto il livello operativo. Emergono
forse forme diverse, come l’utilizzazione, quasi a rovescio, della tecnica
del carborundum (più vicina alle macerazioni dell’informale);
sostanzialmente, la stampa della lastra di rame è rimasta inalterata; è
forse sparita la pietra litografica, sostituita dalla lastra preparata, più
dura, in verità, meno morbida nei suoi esiti. Di
certo, oggi, lo stampatore, impiega tanto tempo quanto ne impiegava un suo
predecessore di 50 anni o di un secolo or sono. Perché
non cambia l’incisione? In un certo senso, si direbbe che nel restringersi
“in nicchia” da un lato dei produttori-artisti e dall’altro degli
utenti-fruitori, sempre più caparbiamente gli incisori rivendichino il
contatto stretto con la tradizione, rivendichino il rispetto delle procedure,
e che perfino le esperienze dirompenti della prima metà del ’900, che pure
ci sono state, con l’utilizzazione per esempio, di riporti fotografici o a
stampa nel cuore stesso dell’immagine incisa, siano rimaste occasione non
ascoltate. Ogni
incisore rivendica la totalità all’interno dell’ultimo segno realizzato:
forse perché “nel momento in cui l’artista sta per acquisire una certa
sicurezza, si accorge che ha aperto un altro campo d’indagine dove tutto
quello che ha potuto esprimere fino a quel momento, può essere espresso in
un’altra maniera” (così dice, in forma straordinaria, Maurice
Merleau-Ponty, nel suo L’Oeil et l’Esprit, scritto nel 1960, ed edito da
Gallimard nel 1964). Anche
nella crisi degli anni sessanta, l’incisione ha subito poche mutazioni, e
per lo più di superficie; è rimasta quell’arte antica, segreta e
colloquiale, come la pagina scritta, dove il controllo del duo mano-occhio, o
del trio mente-mano-occhio rimane racchiuso nel piccolo spazio della carta o
della lastra incisa. L’incisione si offre in un dialogo ravvicinato tra
autore e fruitore, che si avvicina con la lente in mano, per scoprire il
segreto dell’insieme, ritrovato nella trama sottile dei segni che fissano
l’immagine in forme disvelate: la magia si esprime e prende forma. E nella
semplicità del bianco e nero ritroviamo la forza dell’intero arcobaleno. Occorre
forse risalire alle osservazioni, spesso citate e tuttavia inevitabili, di
Baudelaire e Valery per comprendere il valore e la consistenza di questa
“nicchia” di autori. Baudelaire (Charles Baudelaire, Peintres et
aquafortistes, in Le Boulevard, Paris, 14 settembre 1862; ora in Scritti
sull’arte, Torino, Einaudi, 1992) è forse il primo studioso d’arte a
riconoscere che “non solo l’acquaforte sembra fatta per esaltare
l’individualità dell’artista, ma sarebbe addirittura difficile al suo
creatore non imprimere nella lastra la propria personalità più nascosta”.
L’affermazione di Baudelaire ci porta a contatto con il coinvolgimento
emotivo dell’artista nella sua opera, anticipa la contemporaneità,
individua questa “necessità” proprio in un’arte che era sempre stata
letta come ripetitiva e superficiale, fredda trascrizione di opere altrui,
rari, troppo rari, essendo gli autori nei confronti dei “traduttori” (la
cosiddetta incisione di riproduzione). Con
Baudelaire non solo entriamo nella contemporaneità, per cui l’opera esprime
e non rappresenta, ma addirittura della contemporaneità comprendiamo le
coordinate che non valgono solo nella stagione iniziale, dell’afasia e delle
dirompenze, tra fine Ottocento e inizi del 900; dalla contemporaneità
baudleriana comprendiamo anche l’oggi, dominato dalla componente
“comunicativa” (pubblicitaria?) che supera quella estetica (e di
comunicazione e consumo parla Gillo Dorfles nel “fondo” con cui si apre il
primo numero, 1959, della rivista Azimuth: “Comunicazione” e “consumo”
nell’arte d’oggi). Poche righe prima della riflessione citata, il grande
poeta annota che “una quota di impopolarità equivale a una
consacrazione”. In
forme non dissimili, Paul Valery (Piccolo discorso ai pittori incisori,
pronunciato il 29 novembre 1933 e pubblicato nel 1934 dalla “Società dei
pittori incisori francesi”; ora in Scritti sull’arte, Milano, Tea, 1996)
sottolinea quanto importante sia l’incisione poiché è “l’arte più
vicina allo spirito” e perciò “quella che ci rende il massimo delle
nostre impressioni o delle nostre intenzioni col minimo dei mezzi
sensibili”. Proseguendo nel suo elogio, e paragonando, come si è ricordato
più sopra, l’incisione alla pagina scritta (e implicitamente alla poesia),
Valery sottolinea positivamente che gli incisori (e i poeti) sanno comunicare
“col bianco e il nero, da cui la natura non sa ricavare nulla. Non sa fare
nulla con un po’ d’inchiostro. Ha bisogno di un materiale letteralmente
infinito. Noi invece (poeti e acquafortisti) di pochissime cose, e, se
possibile, di molto spirito”. L’incisione
è l’esito di un lungo lavoro e trova la sua conclusione nella trepidazione,
nell’emozione intensa, quando viene portato alla luce, “ancora tutto
umido, delicatamente tra la punta delle dita, un piccolo rettangolo di carta
appena uscito dalle fasce della pressa”: e la frase, da noi utilizzata in
apertura e riletta ora, assume la connotazione sotterranea del parto, e nel
dare alla luce, che compare anche nella profondità del nero, esprime
l’ineguagliabile gioia della vita. Ciò
che senza virgolette avevamo utilizzato in apertura, viene ad assumere un
diverso accento, a conclusione di una riflessione che presenta le opere di un
gruppo di giovani incisori, trovatisi quasi casualmente nelle aule di Urbino;
essi, con la mostra itinerante, il libro d’arte, questo catalogo, la
diffusione dell’opera, l’accettazione delle diverse poetiche – l’unica
soglia-limite è la qualità, da essi stessi valutata come precondizione –
vogliono affermare la validità attuale dell’incisione: non importa la
classificazione “stilistica” in cui ognuno di essi può venire collocato;
in questo momento, per tutti loro, è più importante essere insieme
nell’attualità dell’incidere con un’opera che del mondo contemporaneo
esprima il senso estetico e le contraddizioni. I
giovani che danno vita a questa esposizione sono uniti dall’amore per
l’incisione. Non si riconoscono in un’unica poetica o in un’unica
tendenza; ognuno di loro ha elaborato negli anni un individuale mondo
artistico, singolare e reso vivo da una tecnica antica e moderna. Anche
l’apprendimento, l’accostamento all’incisione è avvenuta su percorsi
personali; ognuno ha appreso a incidere in scuole o accademie diverse, e tutti
insieme, ritrovandosi per avventura a Urbino, hanno scoperto la voglia di
approfondire un universo di segni e una tecnica. L’incisione
è diventata il denominatore comune; la calcografia è il luogo attraverso cui
esperimentano le figure del mondo interiore. Senza troppo soppesare le
diversità, ma constatando che, in comune, c’è un’adesione involontaria o
una tensione verso il grumo che deriva dall’informale; grumo che sappia
esprimere, tradurre, dare voce alla profondità del nero, renda possibile
quello scavo nella superficie solo apparentemente uniforme della tavola
incisa, per raggiungere la profondità. È la superficie (della lastra e del
foglio) che si vuole sondare attraverso la luce, la luce del nero, che
imprigiona metaforicamente il volto spirituale di ognuno e sottolinea
dall’interno il percorso calcografico di ognuno. Un
cammino complesso, che i partecipanti hanno voluto far precedere dalle opere
dei “maestri”, in una sorta di sottolineatura della dipendenza e della
libertà (ponte si direbbe); è l’ideale “passaggio del testimone”, che,
in Urbino, rinvia a Bruscaglia, Castellani, …;
cammino che nella luce non chiarisce l’angoscia o la dolcezza
dell’esistere, esprime la contraddizione, esprime forse quel “mistero
divino” di cui parla Alda Merini, che, con la voce dolente e alta e
veritiera della poesia, sottolinea anche “il dolore della vita”. Gli
inviti sono rivolti a due artisti, che intervengono con la parola o con
l’immagine fotografica manipolata, come è nel caso di Giuliano Grittini, o
con il segno, un segno silografico che rinvia al gesto astratto, ma non
dimentica il portato di un neonaturalismo che a lungo ha agito in terra
italiana, come nel caso di Alfredo Bartolomeoli. Due presenze a segnare una
tradizione, un collegamento, un punto di intersezione tra le generazioni. Vengono
poi i giovani: avremmo voluto raggrupparli per analogie poetiche, sempre
migliori dell’ordine alfabetico. Ma l’uscita dalle poetiche, dagli schemi
e dalle formule ha investito tutti gli artisti che si sono affacciati
all’arte dopo gli anni settanta; anche i nostri incisori non sono da meno. E
si muovono su percorsi che hanno spesso analogie con voci che una lettura
stilistica collocherebbe in campi opposti, oppure si riscontrano diversità, là
dove gli stili sembrano incontrarsi. Ritornare all’alfabeto è indicare una
diversità, non una omologazione. La
luce e il nero (non parliamo mai di buio), nell’immagine di Leonardo Bollini
(San Marino 1982) sembrano esprimere una visione cosmica, una trascrizione
della realtà del mondo (e della vita), letta e desunta dall’infinitamente
piccolo (la fragile conchiglia) e dal cosmo infinito, in cui nero e chiaro
giocano ruoli reali e simbolici ad un tempo. Notevole
(si stava per scrivere straordinaria), nel giovanissimo incisore (ha solo 22
anni), la potenza del segno, la forza del nero che genera spazio, non diviene
occlusione, ma profondità; e in quest’ottica, la sua immagine, tra
invenzione fantastica e adesione al soggetto nelle sue strutture originarie,
archetipi della psiche e della memoria, diviene metafora di una visione
costruita sul gesto, sulla forza vitale del segno, sulle fratture, che
costituiscono un segnale, l’indicatore di un’attenzione, di una
condizione, di uno stato d’animo: ma di significativa verità che non imita
la vita e il mondo, ne crea uno parallelo, nuovo nell’intensità poetica,
analogo negli umori spirituali. Avrebbe
potuto non esser così, stanti le premesse indicate? Il
curriculum artistico di Angela Corti (Brescia 1969) si presenta ricco di
esperienze e diversificazione di percorsi; in questo processo, l’approdo –
non unico e non definitivo, ma caratterizzante – all’incisione costituisce
una traccia. Come traccia e indizio viene dalla frequentazione del laboratorio
a Brera di Luce Delhove, che probabilmente l’ha aiutata a scoprire nel segno
diretto, la forza del gesto che si cala sulla lastra, la vibrazione del tratto
iterato, che costringe l’occhio a seguirne le accensioni. Non più prelievo
dal mondo esterno, ma forse memoria; non più trascrizione di emozioni, ma
incerto e instabile equilibrio tra pulsioni e rigori. Da
queste premesse il suo procedere per ossimori, il suo muovere con forza e
vitalità il nero che tutto sovrasta, il brulicare sotterraneo, bianco su
bianco, della superficie trafitta e martoriata, quasi a trascrivere nella
buccia d’arancia di un’epidermide affaticata il senso segreto (e vibrante)
del fare. Cui il segno, nel suo sovrumano silenzio, nel suo distendersi come
forza originaria e immotivata, dà forma, senso, ragione di essere. Per
parafrasare il titolo di un’opera che compare in questo catalogo (Quello che
guardo, 2003), Serena De Maria (Napoli 1976) sembra voler utilizzare
l’incisione per immergersi nella realtà che la circonda, per coglierne il
volto fantastico, la dimensione inusitata, per cogliere la verità
d’allarme, attraverso la modificazione del punto di vista. Al
percorso estetico dell’arte, rimane lo sguardo nuovo. Dalle lastre, la
riflessione che partendo dal fuori-di-me riporta i dati emotivi nel fondo
dell’animo, per sottolineare, imprimere dentro lo spirito la partecipazione,
anche dolorosa, all’esistere: gli alberi disseccati (Una vita) non sono una
annotazione paesistica, ma una proiezione emozionante, la trascrizione di un
itinerario mentale che trova nel segno, nella forza del nero, il senso
emblematico della ricerca. E forse, proprio nella tavola da cui siamo partiti,
nell’indagine sulla realtà, interpretata da un’angolazione innaturale,
nel senso magico di una visione che guarda al fantastico delle cose scontate,
emerge non solo l’individuale sentire, ma la metafora del fare arte e
dell’agire quotidiano, che il tratto sicuro scrive con la sua penna intinta
nel nero intenso. Tra natura e simboli si muove Massimo Gabanetti (Brescia
1972). La natura ritorna, anche involontariamente, tra i segni che stende
sulla tavola; è una natura spoglia, di memoria, triste nel suo apparire;
quando Gabanetti si sofferma sui riferimenti naturali nel suo incedere a
ritroso nel tempo, incontra emozioni, immagini inquietanti (il passerotto
morto, tra Bartolini e la memoria diretta di un evento lontano). Su
tale scansione linguistica, l’incisore inserisce la necessità del simbolo:
è simbolo l’occhio, che compare come un presagio, è simbolo la macchia
grumosa, che viene dalla lezione dell’informale, posto in dialogo con la
scansione evocativa del segno iconico; è simbolo il bagliore dell’oggetto,
che si cala sulla lastra e diviene sagoma. Una
mescolanza che appare come ricerca di vie di uscita e ritorno alla tradizione;
all’andamento culturale tra simbolismo e neonaturalismo, Gabanetti aggiunge
la necessità di variare le procedure, di innovare il vocabolario, puntando
direttamente all’oggetto e alle materie, uniche realtà iconografiche in
grado di dialogare con l’informale: l’incontro sembra appassionarlo, perché
racchiude nei contrasti feroci le inquietudini dell’oggi. Linda
Grittini (Milano 1974) costruisce il proprio mondo poetico attraverso alcune
esperienze segniche che rinviano tanto alla cultura iconica dell’ultimo
naturalismo lombardo, quanto alle tracce filamentose di un mondo aniconico,
costruito solo con il rigore del segno. Emergono
la sapienza artigianale e la misura poetica che trovano un punto d’incontro
in una natura rivisitata e ricostruita, racchiudendo nell’animo il dissidio
per la dimensione artificiale dominante: il grande albero non si distende più
nel cielo, ma appare racchiuso, spezzettato, attraverso il frammento che ne
esalta il ritmo compositivo. L’immagine naturale non raffigura il gelso o il
platano degli antichi filari che conducevano al podere; oggi tutto, anche
l’albero, è parvenza, il simulacro che la città racchiude in vitro, quasi
per scongiurarne la perdita, per mantenerne viva un’idea da trasferire e
tramandare. La vita vera è nel groviglio inquieto del segno che non cerca più
di mimare la natura, ma ne re-inventa una diversa, accidentata e contorta, ma
anche più luminosa; e nella ribadita angoscia dei segni che sembrano perdersi
nel vuoto, diviene più carica di interiore vitalità. È
venuta accentuando nel corso degli ultimi anni il suo bisogno di affrontare la
materia, l’inchiostro, i grumi cercati, attraverso l’accelerazione e
l’iterazione del nero inciso, Barbara Martini (Brescia 1977). Abbandonata
l’iconografia, anche se memorie inconsapevoli riemergono a volte nei
grovigli del segno, Martini ha costruito l’opera sul rapporto “segno
nero-zona bianca”. Un rapporto costruito attraverso la scansione ritmica dei
gesti, dei grumi, degli incavi che attraversano il corpo della
rappresentazione, segnano il nero d’altro nero, quasi a far emergere una
nuova e innaturale luminosità. Al
cupo spessore dello sfondo, Martini aggiunge l’ultimo gesto, la traccia
della mano che vaga libera, fuoriuscendo dall’involucro, definendo una
tensione con la precarietà dell’equilibrio, sempre ricercato e sempre
stravolto. Il tema della memoria, cha sa di paesaggio dell’animo, il tema
della vitalità, ritrovata nella cavità in cui la lastra deposita il suo
nero, emergono per interna e involontaria sedimentazione. Le tavole brulicanti
sembrano disvelarsi per forza di segno; la vitalità è nell’opera, non
fuori di essa; metaforicamente è nell’arte e non nella vita. Anche
nel segno di Simona Materi (Caserta 1971) rimane una memoria pre-stilistica;
lo stile grafico, anche la scelta poetica, probabilmente sono venuti dopo, a
racchiudere, articolare, dare un senso al gesto, con rinvii e richiami che
risalgono alla natura, letta come archetipo, filigrana di sfondo, un brulicare
di forme che vengono dal profondo, e si imprimono, bianco su bianco, sulla
superficie del foglio. È un modo, anche questo, di esplorare un diverso
contrasto, tra il segno che viene per rilievo, creando un’epidermide rugosa,
quasi una “pelle” prelevata dalla quotidianità dell’esistere, e
l’incavo che, scavato con il nero, investe la profondità del vuoto per
scoprirne le interne inquietudini. È
la via attraverso cui il segno e la natura di Materi, né mimesi né prelievo,
divengono una trasfigurazione che lascia intatti i rinvii all’individuale e
nel medesimo tempo ripropone un gesto che scava, quasi a esorcizzare nel
groviglio e nel movimento l’inutilità del fare: solo l’arte può, nel
disordine cercato, ridare un senso alle cose, ridare voce al silenzio che
senza allusioni e vibrazioni sembra restringere lo spazio del respiro. Gesto,
memoria, iconografia dell’esistere, si direbbero i termini di riferimento
del cammino espressivo di Raffaella Ravelli (Brescia 1971), in cui dominante
è la tensione del segno, di una traccia che nel suo distendersi lasci
emergere le forme, le figure, la forza del gesto. È
una sorta di viaggio nel caos primordiale, quello di Ravelli, un’evocazione
della complessità originaria, che dal vuoto trova forma e figura
nell’apparizione mostruosa. L’arte non può che osservare la vita dalla
soglia inferiore della caverna, senza potervi entrare; la contraddizione
diviene il filo sotterraneo del viaggio senza approdo, di un girovagare che a
volte consuma tutto lo spazio nell’ horror vacui: i segni si accostano,
lasciano spiragli, dichiarano il recupero di natura e psiche. L’immagine
diviene componente espressiva di una ricerca per raccontare la vita, dare una
forma, una storia, all’emozione. In questa direzione, il recupero dei segni
dalla tradizione espressiva del dopoguerra aniconico e dalle esperienze
evocative di autori come Sutherland, che hanno saputo leggere la natura come
una complessa metamorfosi; il mattino di Gregorio Samsa si affaccia nella luce
filtrante che il nero lascia fuoriuscire. Appare
collegabile alle poetiche dell’espressionismo il mondo di Carmela Salemi (Rosolini
1963), mondo costruito sulle scansioni ritmiche del racconto, senza nulla
voler raccontare, mondo che si affida alla sequenza, all’accostamento di
dimensioni diverse, che riportano l’universo raffigurato al contrasto tra
segno, luce, inquietudini del nero profondo. Sono
evocazioni, allusioni che rinviano ancora a un contatto con il mondo reale,
colto per frammenti, come nello spiraglio di luce che attraversa l’omogenea
uniformità del nero di gabbia. In questo modo, attraverso il ritmo tra le
parti della composizione, Salemi racconta la sua esperienza, la sua tensione,
anche la sua vitalità che simbolicamente appare nelle forme a uovo
sprigionanti luminosità. Una vitalità a volte negata e tuttavia capace di
sostenere lo sforzo della composizione che si rivela in fine come un elogio
della contraddizione. All’arte il compito di esplorare, non quello più
gioioso di declamare, il compito di procedere per prove (ed errori), piuttosto
che quello lieto di abbellire con un raggio il grigio della quotidianità. Predilige
il colore e la forma della tavola enormemente allungata, Barbara Zavodnik
(Lubiana 1975), attraverso cui rinserra la propria tensione espressiva. Ha
tagliato i ponti con la storia e perfino con la memoria iconica, per affidarsi
all’espressività della macchia, alla corrosione che l’acido provoca sulla
lastra, all’informe che sembra essere parte integrante della struttura
stessa della tavola, senza un’origine, come se esistesse al di là del
tempo, dall’eternità, fermato nel suo rinserrato involucro. In
verità è proprio sulla corrosione che Zavodnik muove la sua ricerca,
innalzando il tono complessivo dell’immagine; è proprio sull’informe,
sull’indefinito senza icona che si distende e contemporaneamente si
raggruma, sui bordi che si sfrangiano e si frastagliano, come se la tavola non
fosse che l’esito involontario del tempo, con i suoi agenti, sul metallo. Il
lavorio paziente, il disagio del non-finito, tutto contribuisce a dare
all’immagine della calcografa slovena una sorta di ridondanza emotiva, che
della sua ricerca costituisce la sintesi e la conclusione sul piano della pura
emozione. Brescia, febbraio 2004
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di
Giuliano Santini Ci
vuole coraggio a realizzare una mostra itinerante in un periodo di gravi
ristrettezze economiche nel campo della cultura. A maggior ragione, dunque,
questa iniziativa è un fattivo segno di speranza: alcuni giovani, senza
attendere contributi da enti pubblici, si sono rimboccati le maniche, hanno
messo in moto le personali risorse intellettive e creative e hanno costruito
questa mostra. Lo hanno fatto, per giunta, con baldanzosa dignità, rischiando
l’uso del proprio linguaggio, a volte duro e difficile, ma esente da cedimenti
alle lusinghe di mercato, che indirizzano a linguaggi di più sicuro impatto sul
pubblico. Per
chi – come noi – ha intrapreso un’avventura didattica, dando nuova vita ai
corsi internazionali per l’incisione artistica a Urbino, è gratificante
osservare giovani che, a seguito di questi corsi, si sono incontrati nello
splendido cortile di Francesco di Giorgio Martini, hanno stretto una profonda
amicizia, hanno condiviso una reciproca stima e hanno generato una mostra di
loro elaborati grafici. Quando
iniziammo a promuovere i corsi il desiderio era proprio quello di favorire
incontri e iniziative che avessero come centro d’origine la città ducale. Ma
dopo tre anni di attività espositiva, che ci ha visti protagonisti in Italia e
all’estero, ora si realizza una mostra che addirittura ci coinvolge solo di
riflesso: la realtà ha superato felicemente ogni aspettativa. Che
siano dei giovani a promuovere questo è ulteriore elemento di soddisfazione,
che testimonia come l’antica e ‘vecchia’ tecnica dell’incisione
affascina ancora le nuove generazioni perché risponde alla necessità di
manipolare la materia. Per
noi urbinati ancor più significativo è che tra questi artisti, provenienti da
ogni parte del mondo, ve ne siano alcuni dell’Istituto d’Arte e
dell’Accademia di Belle Arti di Urbino. Essi hanno lavorato insieme agli
ospiti, ne hanno conosciuto le diverse esperienze, si sono coinvolti in
amichevoli rapporti, testimoniandoci in forma silenziosa e incisiva come si
accoglie chi viene ‘da fuori’. Merita
attenzione anche la modalità espositiva con cui questi giovani artisti hanno
inteso presentare al pubblico le loro incisioni: il modo con cui hanno pensato e
pensano i diversi spazi che incontrano conferma la necessità di un diverso
rapporto con la stessa stampa artistica. La sua applicazione visiva non può
fare a meno di relazionarsi con le nuove tecniche e necessità espressive che si
modificano nel tempo. Occorre entrare in maggiore contatto con l’opera, anche
tramite gli odori, anche tramite i rilievi; occorre rapportarla con lo spazio e
i suoi elementi, coinvolgersi con altre materie e tecniche, da quelle più
tradizionali (pittura, scultura) a quelle che fino a pochi anni fa avremmo detto
futuristiche (tecnologia informatica). Tale
problematica è viva nell’attività didattica del Centro Internazionale per
l’Incisione Artistica di Urbino, nonostante la grafica si insegni nel modo
classico: un’incisione è per sua stessa definizione solo ed esclusivamente
una calcografia, una xilografia o una litografia. L’uso della stampa
originale, invece, apre un altro orizzonte e inizia un’altra storia che corre
sul filo della tradizione e guarda con curiosità anche ogni possibile
innovazione, augurandosi che le preoccupazioni tecnico-formali non facciano
perdere la freschezza creativa tipica delle nuove generazioni artistiche.
CARATTERISTICHE DELLA MOSTRA: "NERO DI LUCE". Collettiva artisti italiani e stranieri. La caratteristica e la sua finalità, oltre
a quella di riunire artisti italiani e stranieri accomunati dalla stessa
passione, è quella di far avvicinare maggiormente la gente a questa bella
disciplina artistica, l’incisione, che non è un’ arte secondaria alla
pittura, ma un’arte autonoma che molti giovani talenti prediligono come
espressione artistica. La mostra sarà commentata dal Critico Prof. MAURO CORRADINI Verranno prodotti: Catalogo: formato 220x220mm in bicromia,
testi italiano ed inglese. Le opere saranno presentate: L’esposizione ad ogni tappa sarà
progettata secondo le particolarità del luogo. | ||||||
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